venerdì 30 dicembre 2016

partecipazioni apatiche

Entra nello scompartimento e dice a voce alta : “Un attimo d’attenzione!”
Imbraccia la chitarra che porta con se’ e comincia cantare con bella voce un pezzo evidentemente di sua produzione, una canzone di denuncia, piena di malinconica rassegnazione. Applausi stanchi del popolo pendolare ma sono le sei di sera e non ci si può aspettare da noi un entusiasmo sanremese. Il ragazzo con modi gentili  spiega: “La canzone s’intitola “Partecipazioni apatiche” e la trovate sul mio canale you tube. Vuol essere una denuncia della nostra incapacità di capire chi ci sta vicino.”




Sicuro di aver meritato anche stasera il titolo della canzone, se ne va raccogliendo i pochi spiccioli che gli offriamo.
Poco dopo entra il controllore: “E’ passato il ragazzo con la chitarra? Gli ho detto di scendere e temo non l’abbia fatto”.
Quasi in coro gli diciamo "No, non l'abbiamo visto."
Appena il controllore esce sorridiamo tutti, guardandoci. Siamo un vagone di “partecipazioni empatiche” molto unito. Peccato che il cantante triste non possa saperlo.




lunedì 19 dicembre 2016

Agli ordini!

Sta semisdraiata su un sedile dello scompartimento quasi vuoto e mentre parla al cellulare tormenta la lunga collana di pietre colorate che le pende dal collo. Fissa lo sguardo nel vuoto seguendo un punto immaginario, forse figurandosi l’interlocutore che si capisce essere il suo fidanzato: paroline dolci, risatine, birignao infantili. Distolgo lo sguardo imbarazzata anche se lei sembra cercare l’attenzione di noi pochi viaggiatori. Mi accorgo però che il tappetino morbido delle sue parole cambia, la voce assume un’appena udibile tono metallico per diventare via via puro e inflessibile acciaio.
“Stasera alle otto non dimenticarti, mi raccomando. Sii puntuale e porta i fiori.”
La conversazione si fa interessante.
“La camicia bianca va benissimo ma non mettere i jeans. Mamma odia i jeans.”
Dall’altra parte del telefono s’intuisce che no, i jeans non verranno nemmeno tolti dall’armadio per non rischiare.


“Ci vuole il completo grigio e la cravatta, quella regimental che ti ho comprato per Natale e mi raccomando: nodo stretto. Non fare che mi arrivi con un nodo che sembra un tortellone ripieno”
Ascolta in silenzio e tutti pensiamo con un po’ di pena al poveretto al quale s’intrecceranno le dita davanti allo specchio nel tentativo di fare un nodo adatto e magari gli viene a forma di raviolo o di agnolotto e chissà se va bene.
“Le scarpe dici? Lo sai, metti quelle inglesi, eleganti ma che fanno un po’ gentleman di campagna. Sei andato dal barbiere?”
Evidentemente viene rassicurata, sì è andato dal barbiere.
“Spero corti ma non troppo? l’importante è che la barba sia sparita.”
Dall’altra parte si sente una voce maschile che perora la causa di una barba ben curata ma lei è inflessibile e alla fine della telefonata, dopo aver ridotto il fidanzato ad un manichino dell’Upim, gli concede un paio di miagolii affettuosi e riattacca.
Sospira. Poi le passa un lampo negli occhi e telefona di nuovo.
“Mi raccomando eh?! Soprattutto sii naturale.”

Sorge dal nulla l’immagine di un poveretto in completo da addetto delle pompe funebri, con i piedi imprigionati in due morse di cuoio, una cravatta annodata in maniera improbabile, i capelli scomposti, che sicuramente sarà naturale, molto naturale.

domenica 4 dicembre 2016

Antropologia Pendolarum- Cap. V Dormire, forse sognare




Il pendolare medio è afflitto da una cronica mancanza di sonno e questo comporta ricadute che si concretizzano spesso in addormentamenti che rivelano della personalità del pendolare stesso più di quanto lui desideri. Di seguito alcuni dei casi più comuni.

L’acchiappamosche: il pendolare addormentato rovescia la testa all’indietro e simultaneamente apre la bocca mentre è facoltativo un russamento più o meno profondo. L’acchiappamosche è un estroverso, aperto al mondo, verso il quale sembra ingaggiare una vera sfida. Il suo motto? “sto dormendo, embè?!”

Il ciondolante: animato da una forza uguale e contraria all’acchiappamosche, il ciondolante rovescia la testa in avanti e la fa oscillare leggermente da destra a sinistra seguendo ritmicamente il movimento del treno. Il ciondolante è un timido che proprio non vorrebbe disturbare e cerca di contenersi il più possibile.

Una variante è quella detta del ciondolante stupito che per motivi non conosciuti si risveglia all’improvviso, solleva la testa e sbarra gli occhi temendo di avere saltato la sua fermata. E’ una variante che può portare allo spavento dei vicini di posto che temono di essere in presenza di un matto pericoloso. E’ nota anche la variante acchiappamosche ciondolante ma è più rara.

Il bavoso. Purtroppo. mentre dorme appoggiato sulla mano destra, puntellandosi con il gomito sul bordo del finestrino, lascia colare un filo di saliva all’angolo delle labbra. In genere quando si risveglia, si vergogna moltissimo e tende ad andarsene al più presto dallo scompartimento. Questa posizione è prerogativa del conformista che, scoperto in un naturale momento di scarso controllo, teme il giudizio pubblico.




Il fetale è in genere l’atteggiamento adottato dai più giovani per ovvi motivi di mobilità articolare; raggomitolati sul sedile, essi si rannicchiano, insaccano la testa tra le spalle e portano le mani  a chiudere gli occhi, quando non nascondono il viso nel collo del maglione, rendendo la scena assai drammatica. Per questo in genere il fetale consapevole della cosa, si nasconde del tutto sotto un ampio cappotto. E’ la tipica posizione adottata dagli introversi, anche se molti sostengono che si tratta solo di freddolosi.

Ultima tipologia, molto diffusa, è quella del misterioso. Non sappiamo davvero se dorma perché il viso è impassibile, gli occhi celati dietro gli occhiali scuri e dalle cuffiette infilate alle orecchie esce una musica ritmata che renderebbe impossibile a chiunque dormire.

L’impassibile si tradisce solo in un caso, quando il controllore deve chiedergli per ben tre volte “biglietto, prego” ed infine è costretto a scuoterlo, risvegliandolo. E’ lampante a che categoria appartiene il misterioso: è un narciso della più bell’acqua.

sabato 26 dicembre 2015

Quattro culi

E’ destino che sul treno pendolare che si prende sempre alla stessa ora, ci si riconosca un po’ tutti e anche se non è una conoscenza sancita da una presentazione e non prevede saluti di circostanza, è comunque un sapersi parte di un unico branco. Anche se non ce lo siamo mai confessato, ognuno di noi immagino riservi all’altro un soprannome, un epiteto che lo identifica e che, in maniera affettuosa e familiare, sancisce l’appartenenza al gruppo. Così per me, ci sono “faccia buffa”, “buondì motta” (indovinate cosa mangia in treno?!), la “signora che legge” e così via. Non voglio sapere quale sia il mio soprannome perché immagino che questo gioco lo facciamo tutti.
Tutte le mattine che il dio dei pendolari ci regala, a me e ai miei compagni è riservata tra le altre, la visione dello strano tizio che, preso posto in uno scompartimento a quattro posti, li occupa tutti: la giacca, il cappello e i guanti distribuiti tra i due posti di fronte, la borsa a fianco. Quindi si siede e sorride soddisfatto.
E’ vero che il treno è quasi vuoto ma gli basterebbe impegnare due sedili per borsa e cappotto e lasciare gli altri due liberi. Ormai ci siamo abituati e non ci facciamo nemmeno caso ma una bella mattina sale in treno un viaggiatore non abituale, una signora di una certa età che con piglio battagliero si mette di fronte al tizio e fissandolo negli occhi chiede:- Sono occupati?-
-C’è la mia roba, non vede?- dice lui con fare non proprio amichevole
-La domanda era un’altra.- puntualizza la signora con voce piatta.


Drizziamo le orecchie “la rissa, la rissa!” pensiamo tutti e mentre facciamo finta di dormire o ascoltare la musica in realtà siamo attenti come indiani apaches che tendono un agguato al Settimo Cavalleggeri.
-Le ho chiesto se sono TUTTI occupati- ripete lei con grande freddezza.
-Guardi che il treno ha molti posti liberi…- fa lui raddrizzando la schiena e dardeggiando la signora con gli occhi a fessura.
-Ma io voglio proprio sedere qui- e indica il posto di fronte a lui, proditoriamente occupato da cappotto, sciarpa e cappello
-Guardi dice lui- si metta più avanti, non fa lo stesso?-
-Oh senta lei?- prorompe la signora e la voce s’incrina in una nota lievemente acuta- ma cos’ha quattro culi che deve occupare quattro posti?!-
Non ce la facciamo più e la risatina scappa a tutti. Mesto il nostro occupatore abusivo raccoglie la sua roba e si dirige verso un altro scompartimento mentre la signora si siede soddisfatta.
E’ da allora che lo strano tizio ha acquistato il suo soprannome. Indovinate qual è?

martedì 8 dicembre 2015

Il vagone femmina

Entrano nello scompartimento semivuoto: sono due ragazzine dall’apparente età di sedici, diciassette anni, vestite con abiti molto leggeri, le gambe abbondantemente scoperte, i costumi da bagno rivelati dalla trasparenza delle bluse di cotone. Quello che ci colpisce è il loro sguardo spaventato, da animaletti impauriti. Comincia un fitto bisbigliare tra loro dal quale riusciamo a sentire alcune parole.
 “…come facciamo…”
“…non ti preoccupare..”
…ci portano in galera..”
Si siedono  ed una delle due comincia a piangere e l’altra cerca di consolarla abbracciandola.
Una signora brizzolata, matronale che per tutto il viaggio è stata china su alcune carte che legge e rilegge, solleva la testa :
-Tutto bene ragazze?!-
A quel punto anche la più spavalda delle due non si trattiene e le scorrono lacrime sulle guance come piccoli fiumi in piena, in un tripudio di singulti. Impossibile far finta di nulla.
-Ecco qua- dice un’altra signora porgendo un bicchiere di carta pieno d’acqua spillata da una bottiglietta- bevi, calmati e poi ci dici che è successo.-
Tra singhiozzi, rumorose soffiate di naso (fazzolettini di carta forniti da un’altra gentile signora) e parole smozzicate, veniamo a sapere che le ragazzine avevano incontrato un “tipo a posto” la sera prima in discoteca, il quale fornito di macchina e savoir faire le aveva invitate al mare per il giorno dopo, salvo poi, una volta arrivati in una ridente città sulla costa, rivelare le sue intenzioni.
Da “tipo a posto” si era velocemente trasformato in “porco incallito”, cosa che dai tempi della maga Circe ad alcuni uomini riesce benissimo. Le due erano fuggite scoprendo poi di avere pochi euro con i quali due biglietti del treno non ci saltavano fuori.
Gli unici due uomini dello scompartimento rimangono seduti mentre attorno alle ragazze le quattro o cinque signore e signorine viaggianti, si sono affollate e fioccano i commenti.
-Su ragazze, è capitato anche a me quand’ero giovane!- dice la signora che legge Rakam e tutte pensiamo che forse deve essere stata concupita da un commerciante di filati.
-Che volete che sia!- tuona la brizzolata- avete imparato che almeno il cinquanta per cento degli uomini sono così!-
-Faccio parte dell’altro cinquanta per cento- dice timidamente il ragioniere che scende a Ozzano.
Nessuno l’avrebbe mai dubitato: i completi grigi, gli occhialini tondi e un fisico da tempo abbandonato dai muscoli non portano a pensare ad un Hells Angels in incognito.
- Però… –sostiene l’altro uomo del vagone accennando alle minigonne e alle carni scoperte delle ragazze – …se proprio non volevano advances non dovevano vestirsi così!-
Appena pronunciate queste parole capisce da solo che non doveva farlo: una cinquantenne che rispolvera il passato militante lo insulta apertamente, la brizzolata più prosaicamente si alza e minaccia  - Sa cosa le dico, se non le va bene come sono vestite, si cerchi un altro scompartimento!-
Il nostro decide che non è il caso d’ingaggiare un ping pong con un gruppo così compatto, si alza e se ne va, di lì a poco seguito dal ragioniere che, unico uomo, si sente a disagio.
Fioccano le chiacchiere, ognuna racconta avventure episodi, la femminista spiega alle ragazze com’erano gli anni Settanta, la signora Rakam ci va giù pesante e tenta di impartire la prima lezione di punto rasato rovescio in un generosa gara di consolazione e accudimento.
Una colletta paga i due biglietti con multa e mentre la ragazza controllore redige il verbale viene brevemente ragguagliata dell’accaduto.
Lei sorride, stacca la ricevuta che porge alle ragazze  dice - Chissà se le ferrovie  sapranno mai che in questa tratta ha viaggiato un “vagone femmina”!-


sabato 5 dicembre 2015

Il giocattolo del piccolo Davide

Nei quattro posti del treno pendolari, affrontati a due a due, viaggiamo io, una signora attempata che legge con concentrazione Rakam, una mamma che tiene sulle ginocchia un bambino dall'apparente età di quattro o cinque anni ed infine, proprio di fronte a madre e bambino, il finto manager.
Chiamo così questo signore in giacca e cravatta, fazzoletto in tinta con i calzini e camicia botton-down, che vedo da anni sul mio treno e che tiene sempre aperto il portatile diteggiando freneticamente sulla tastiera. Se fosse un vero manager mica viaggerebbe su un treno pendolare, o no?!
Comunque il bambino che fino a quel momento era stato buonissimo e si limitava a giocare con un piccolo oggetto tenuto tra le ditina cantando una flebile nenia mentre la mamma sonnecchiava, scoppia in un urlo belluino che fa sobbalzare tutti. Temo che la signora che legge Rakam abbia perso circa 40 punti di costa inglese che andava inanellando sul suo mentale ferro da calza.
-Che c’è Davide?!-chiede la mamma con un tono acuto di preoccupazione
-Caaadutoooo!- frigna il bimbo indicando per terra e sottintendendo forse il giocattolo che teneva fra le manine e che nessuno di noi ha guardato con attenzione.
Io e la signora ci chiniamo all’unisono perlustrando lo stretto spazio tra le sedie.
-Cos’era caro? una macchinina, un orsetto?- chiede la signora Rakam. Sono convinta che con il suo sguardo laser ha già preso le misure al pupo e immaginato un gilet con bottoncini a forma di papera.
-Nooooo!!!!- frigna il bimbo
La ricerca è infruttuosa e Davide da’ alla lamentela un tono ancora più acuto.
E’ nel caso di un’emergenza che i grandi uomini, i generali in battaglia, i capitani di industria davanti al consiglio d’amministrazione e perfino i finti manager, si rivelano prendendo l’iniziativa:
-Lo vedi il tuo gioco?- chiede con voce asciutta
-Sì…- piagnucola  il bimbo- …è lì…- ed indica un punto imprecisato a destra della scarpa dell’uomo
-Davide ma che gioco è? dove lo abbiamo comprato?- chiede la mamma sporgendosi oltre il bimbo che tiene in braccio per vedere meglio.
Nello stesso momento in cui il nostro capitano d’industria del treno pendolare ha afferrato un piccolo oggetto rotondo, Davide rivela:- L’ho preso da qui…- e si indica il nasino.
L’uomo si alza di colpo e si pulisce con un fazzoletto dardeggiando il bimbo con occhiate di fuoco: il finto manager ha raccolto una caccola.


lunedì 23 novembre 2015

Il popolo eletto

Il controllore apre i doppi battenti scorrevoli della porta dello scompartimento e ci guarda. Siamo tutti, chi più chi meno, addormentati: chi nascosto nel calduccio della sciarpa, chi cullato dalla musica delle cuffiette del suo ipod. I più svegli, con la lentezza bradipica di chi si è svegliato all'alba e proprio non voleva, apre la borsa e cerca il talloncino dell'abbonamento.
-Fermi!- dice.
Chi è assopito si sveglia e chi è già vispo si allarma. Che succede? in questi giorni difficili siamo tutti più sensibili e attenti.
Ci conta col dito come potrebbe fare un pastore con le sue pecorelle e poi ferma lo sguardo su un ragazzo allampanato che a sua volta lo ricambia con un'occhiata un po' smarrita e gli porge il suo biglietto ma il controllore non lo guarda nemmeno.
-Lei è nuovo vero?- dice


-Sì...-balbetta il ragazzo - non prendo mai il treno...-
Il controllore vidima il biglietto e glielo restituisce con un'ultima considerazione:
-Questi son tutti i miei abbonati, la mattina faccio l'appello e li riconosco tutti.-
Gli restituisce il talloncino con un'ultima considerazione:- Di là ce n'è degli altri come lei...-
Il ragazzo si guarda attorno come se fosse entrato in bermuda e infradito in un club per gentleman londinese, di quelli esclusivi. Mogio si riaccuccia nella sua sciarpa.
Il ferroviere ci saluta tutti con un gesto largo ed esce.
Ebbene sì, siamo il popolo eletto del controllore. Mica poco!

lunedì 20 luglio 2015

Quando c'è la comprensione

La sento parlare ma non la vedo; siede nel posto dietro il mio e lo scompartimento aperto consente di ascoltare anche non volendo e comunque il tono di voce è sostenuto.
-…insomma lui dice che tu non lo capisci…-
Dall ’altra parte qualcuno o più probabilmente qualcuna, intuisco che fa notare come il reo manco la ascolti.
-Ma vedi cara- ribatte la mia coinquilina di scompartimento -Anche tu non ascolti e poi sai una cosa che ti voglio dire da tempo?-
Fa una pausa per aggiungere un pizzico di suspense e forse di dramma, come se la rivelazione fosse di quelle epocali che da tempo covavano sotto una coltre di buona educazione.
-Tu sei poco empatica! Io non sono così. Ascolto, cerco di capire, entro in contatto con l’altro, mi metto nei sui panni, cerco di fare mie le sue ragioni e solo allora esprimo un parere che per forza di cose è oggettivo!-




Conclude con un sospiro ma dall' altra parte  capisco che le affermazioni vengono rintuzzate.
-No…no.. ti sbagli….io che vivo a fondo l’empatia so cosa vuol dire cercare di comprendere fino in fondo!-
La risposta non le deve piacere perché la voce si alza di un tono.
- Oh insomma…sai una cosa? Quando fai così proprio non ti capisco!-

Con buona pace dell’empatia 

lunedì 22 giugno 2015

All'estero controvoglia

Sembrano usciti da una pellicola anni Cinquanta: lei massiccia e con un abito a grandi fiori, lui mingherlino in completo scuro e camicia bianca inamidata: quelli che un tempo si chiamavano i vestiti della domenica.
Di fronte a loro un signore di mezza età probabilmente indonesiano che mentre arriviamo in stazione,  si rivolge ai due  in italiano stentato: “Bolonnia Zentralia?”
Il mingherlino salta come una molla “Ja! Bolonien Centralen!”




“Aldo”  barrisce lei  “non è mica tognino questo signore. Non vedi che è straniero di molto più lontano?!”
“Mo’ che colpa ho io se nel '43 ero nel campo di lavoro in Germania!”
Lo guarda e con intenzione scandisce in un gramelot franco-tedesco-bolognese:
 “Bolonien Centralen, vueter avì comprì?!”
L’indonesiano sorride con grazia e comincia a raccogliere le valigie per scendere.

“Visto” dice lui soddisfatto “  che vivere un po' all'estero, anche controvoglia, serve sempre?”

sabato 16 maggio 2015

47 morto che paga

Quando mi siedo la discussione è cominciata da un pezzo. Io non li vedo perché sono alle mie spalle; siamo sedile contro sedile, schiena contro schiena.
“…allora lei dice che è andato da lui con un foglietto scritto dalla mamma dopo che è deceduta…” così spiega una voce femminile.
“Come dopo?!” chiede una voce maschile
“Sì gli ha spiegato che il medium gli ha dato il foglietto avuto dalla mamma durante una seduta!”
Pausa. Io e la ragazza che siede di fronte  a me alziamo entrambe gli occhi e ci fissiamo non riuscendo a nascondere lo sguardo di complicità curiosa. Ci sorridiamo e aspettiamo.

Non dobbiamo attendere tanto.
 “Cosa c’era scritto in sto’ foglietto?!” chiede l’uomo con un tono d’impazienza che gli incrina la voce.
“Che la vecchia gli lasciava la somma necessaria per pagare. Hanno fatto i conti e tutto tornava tranne…” lei s’interrompe
“Tranne???” chiede lui
“L’IVA era calcolata male! ancora al diciotto per cento.”  conclude lei
Non fa una piega: la Gazzetta Ufficiale non arriva nell’aldilà.


sabato 9 maggio 2015

Stampelle e vecchie signore

Siedo di fronte  a due signore anziane, magre ed eleganti, cercando di intralciare il meno possibile con la stampella. Sorrido scusandomi debolmente.
Una delle due, che porta al collo tre giri di granate scintillanti, chiede educatamente:
 “Cosa le è successo?”
“Una frattura alla caviglia, niente di serio”
L’altra, dotata di un paio di occhiali dalla montatura coronata di brillantini,  mi guarda scuotendo la testa “Poverina..” mormora compunta “così giovane…”
Faccio notare che si tratta di un impedimento momentaneo che ha tutti i presupposti per una soluzione felice.
La mia battuta evoca un sorrisetto sardonico in entrambe che si fissano, rapide come due top gun che stanno per decidere un’azione di guerra.
Ha fatto la risonanza?” attacca granata scintillante
“Non era necessario, ho eseguito solo delle radiografie”
“Aaahhh! ma solo con la risonanza si riesce a capire se la cartilagine tiene!” dice soddisfatta occhiali con brillantini.
“A me sembra di stare meglio” dico con convinzione
Fanno una smorfia.
“Vedrà che si riprende” concede granata scintillante
“Però poi quando cambia il tempo saranno guai” risponde l’altra in un ping pong verbale che sembra seguire un copione prestabilito.
“Vedremo…” cerco di tagliare corto e mi volto a fissare ostinatamene il paesaggio dal finestrino
“Comunque per il dolore prenderà qualcosa…” riattacca occhialini sporgendosi verso di me
“No, preferisco non prendere nulla e poi non fa più tanto male” minimizzo
“Magari non se ne accorge più, le si è alzata la soglia del dolore” diagnostica granata scintillante.
“Ti ricordi il povero Giacomo? il medico aveva detto che si trattava di una piccola contusione e lui si era tranquillizato....”  continua granata scintillante
“Sì.. e poi poverino è morto di un’emorragia interna!” conclude l’altra e si appoggia al sedile soddisfatta.
Deglutisco e cerco di non farmi impressionare.


“Sta facendo terapia?” riattacca una dopo un attimo di silenzio
“Applicazioni  con il laser?” non vorrei che la mia voce avesse questo tono dimesso ed esitante
“Niente massaggi?” chiede occhialini drizzandosi sul busto
“Per ora no…niente”.
“Guardi…” granata scintillante si avvicina a me e parla sottovoce come per confidarmi un segreto noto a pochi “i massaggi fanno benissimo…Una nostra amica era messa come lei… “ qui le due si guardano e si velano ad entrambe gli occhi di tristezza “ …e con i massaggi almeno riesce a camminare per un po’ senza stampella”
Parlano ininterrottamente fino a Bologna e quando scendo mi sono stati diagnosticati il colesterolo alto, una laringite mal curata, un pregresso attacco di cuore che ho colpevolmente trascurato, un enfisema polmonare però allo stadio inziale e…sì..perchè no?! perfino una punta d’ernia.


martedì 5 maggio 2015

La prima avventura del pendolare stampellato

Dopo la frattura alla caviglia e spero per poco, viaggio con la stampella  ma anche nei casi di maggiore sovraffollamento trovo sempre persone gentili che mi offrono il posto. Sembrerebbe ovvio ma non per tutti è così.
Il vagone è un inferno di corpi accalcati, sudati, bambini che piangono, odori assortiti  di cibo e ritmati “unz… unz…” che sfuggono alle cuffiette degli ipod. E’ quello che nei telegiornali si chiama il controesodo, dopo il ponte si rientra ed io, opportunamente stampellata, torno dall’ufficio.
Nel corridoio, in piedi come me, vedo un po’ più avanti una giovane mamma africana che tiene in braccio una bambina dall’apparente età di tre anni; la piccola appoggia parte del peso sul ventre rigonfio della madre visibilmente incinta di alcuni mesi e molto affaticata. La donna è accomodata alla meglio su una valigia dall’aria vissuta e che, comunque, non è griffata Vuitton. A pochi centimetri da lei, però sulle poltroncine, è una coppia di sessantenni: lei di un biondo che la mia parrucchiera definirebbe “da menopausa”, tailleur elegante, bracciali d’oro, grandi occhiali fumèe.  Sfoglia distrattamente una rivista; lui abbronzato in completo grigio, cravatta regimental e pochette che esce dal taschino.
Lei a mezza voce  riferendosi alla mamma africana “…ma guarda se questa deve fare altri figli…”
Lui “Hanno capito che tanto li manteniamo noi!”
Decido all’istante:  declino con gentilezza le offerte di una poltroncina da parte di altri viaggiatori e mi avvicino all’obiettivo,  posizionandomi davanti all’uomo, fissandolo.  



Lui combatte contro la sua peraltro scarsa coscienza e poi mi rivolge la parola: “Vuole sedersi?” Sfodero il mio sorriso migliore e accetto con grazia. Appena il sedile è libero mi rivolgo alla mamma africana: “Sieda lei signora,  la prego io sto per scendere”.
La donna ringrazia e si accomoda accanto alla “biondo menopausa”  che si ritrae e guarda il marito con angoscia. Lui mi fulmina con lo sguardo ed io gli sorrido angelicamente prima di defilarmi verso il vagone successivo caracollando sulla stampella, dove accetto l’offerta di un ragazzino che benché perso nel suo “unz…unz…” gentilmente mi offre il posto.
Attenti malvagi, il pendolare stampellato è tra voi!

domenica 12 aprile 2015

Antrologia pendolarum - Cap. IV Dove il pendolare scontroso scopre una ricaduta del suo comportamento

La stazione di arrivo è una meta che qualifica ancora meglio le due categorie dei pendolari, quella scontrosa e quella espansiva. L’espansivo sciama dalla carrozza assieme al suo gruppo mentre lo scontroso ritarda apposta l’uscita, finge di cercare nella borsa quella cosa che proprio in quel momento gli serve e più di una volta scende al volo con le falde della giacca che rischiano di rimanere chiuse nelle porte automatiche. Perché? si chiederanno gli ingenui che non hanno la fortuna di essere pendolari.
Molto semplice: gli espansivi continuano ad esserlo anche una volta arrivati e muovendosi in branco assediano il bar più bello e vicino alla stazione ciarlando e discutendo a voce sempre stentorea.  Anche lo scontroso vorrebbe un caffè nel bar più bello vicino alla stazione ma non s’azzarda, teme di essere risucchiato nel gruppo e il giorno dopo essere arruolato a forza.
Salta il bar accanto alla stazione, ci passa davanti a testa bassa e senza voltarsi verso la vetrina. A grandi passi si allontana e cerca il bar seguente che purtroppo arriva dopo almeno mezzo chilometro.  L’essere pendolare scontroso comporta alcune conseguenze-tipo: o si arriva in ritardo al lavoro visto che si perde tempo a cercare un bar decente, oppure trovato il bar decente si trangugia velocemente cappuccio e brioche perché ormai è tardi, macchiandosi i vestiti. L’unica alternativa è non fermarsi al bar, andare direttamente in ufficio  e, mestamente, accontentarsi del mokaccino* della macchinetta automatica. Non è facile essere pendolare scontroso.

*cosa ci sia nel mokaccino della macchinetta automatica non l’ha ancora capito nessuno








martedì 31 marzo 2015

Antropologia pendolarum - Cap.III L'interrogatorio

Essere pendolari scontrosi significa anche dare fondo ad una competenza attoriale. Infatti spesso i pendolari espansivi sembrano avere la missione di coinvolgere noi scontrosi nel loro gruppo. Allora buttano là una battuta allargando lo sguardo fino a comprendere nell’orbita il pendolare scontroso per acchiapparlo e invischiarlo nella conversazione. Qui ognuno sceglie una sua linea di condotta: fingere un addormentamento profondo e intaccabile da qualsiasi suono umano? So’ cosa state pensando: è così semplice. Si vede che non siete pendolari perchè fingere di dormire non serve a molto, il pendolare espansivo ha un tono di voce altissimo. Nella carrozza dei pendolari espansivi una testa reclinata, sballonzolante nel sonno non resiste più di dieci secondi.
Poi succede: il pendolare scontroso per distrazione o per stanchezza, lascia aperto un varco nella sua ostilità e si fa catturare, complice magari un’antica conoscenza che fa parte della cerchia degli espansivi. Appena catturato, lo scontroso è oggetto di molta curiosità e la chiacchiera salottiera comincia ad essere condita di domande più o meno esplicite che provano a scalfire la corazza che fino a quel momento lo scontroso ha indossato con tenacia. Al poveretto sembra di essere in quei racconti di Agatha Christie dove Poirot o Miss Marple riuniscono in una stanza gli indiziati e poi, lentamente, con domande sempre più circostanziate lo inchiodano alla verità.

“Dove scendi?” è innocua
 “Dove lavori?” comincia ad intaccare la sfera privata.
“Da quanti anni sei pendolare?” sottende un rimprovero: ti vediamo da anni, perché ci sei sempre sfuggito?!
Lo scontroso risponde come può e cerca con lo sguardo un altro scontroso che l’aiuti ad uscire da quella brutta situazione. Ma la solidarietà non esiste, perché la pena è essere catturati a propria volta. Dura lex, sed lex….  (continua)


Antropologia pendolarum - Cap.II Se telefonando

Quando salgo in treno, la mattina presto, cerco una carrozza tranquilla, vuota o semi vuota, che mi permetta di imbozzolarmi ancora un po’ in un dormiveglia benefico che mi fa transitare da casa a ufficio in maniera quasi indolore. Sommamente in inverno quando il freddo, la nebbia e, a volte la neve, rendono tutto più complicato e faticoso. A volte, nello scompartimento trovo già un'altra persona, appoggiata al finestrino, gli occhi chiusi, il respiro regolare e mi sembra di riconoscere un fratello/ sorella di torpori mattutini. Errore! Appena il treno parte costui o costei si sveglia di colpo, afferra il cellulare e innesca una telefonata che sostiene con il tono di voce di Aretha Franklin quando canta.
 Se la conversazione è in italiano è particolarmente molesta perché tocca sorbirne anche il contenuto; in genere però è in un’altra lingua, piena di fonemi sconosciuti, di sillabe che si rincorrono senza consonanti e i concetti mi rimangono totalmente ignoti. In genere si protrae per intere mezze ore ed io immagino, in una corriera affollata in Bangla Desh oppure in un treno che attraversa le risaie di una provincia cinese, un altro pendolare scontroso come me, che si sorbisce l’intera telefonata. Vorrei dirgli “fratello pendolare scontroso, sappi che dall’altra parte del mondo hai qualcuno che ti capisce”.  (continua)


Antropologia pendolarum Per uno studio del pendolarismo tra gli umani in forma di feuilleton - Cap.I Riconoscersi

Esistono due tipi di pendolare: il pendolare espansivo e il pendolare scontroso. Il pendolare espansivo in genere si muove in branco e le personalità, gerarchie e relazioni si costruiscono viaggio dopo viaggio fino a costruire un solido sistema sociale. In genere il branco si forma già sulla banchina, i pendolari espansivi si aspettano e scelgono assieme carrozza e sedute. E’ possibile, comunque, che quello più individualista del gruppo che in genere arriva per primo, salga in treno e allora si affaccia al finestrino anche d’ inverno (accentuando l’endemico malumore dei pendolari scontrosi) e nervosamente scruta gli ingressi del sottopassaggio per vedere arrivare i compagni di viaggio. Si sbraccia, chiama e viene raggiunto con chiassosa felicità più adatta a riunioni di emigranti che si ricongiungono dopo anni di lontananza che ad un  gruppo di individui che s’incontra regolarmente tutte le mattine. Il tono di voce del gruppo è sempre acceso, brioso e ad alto tasso di decibel: questo causa immancabilmente la migrazione del pendolare scontroso verso un’altra carrozza.  Lo dico subito: io sono una pendolare scontrosa.
(continua) 


venerdì 27 marzo 2015

un episodio di lotta di classe

Mi dico che dovevo capirlo all’istante, appena mi sono seduta. Uno è magrolino, capelli disciplinati da una scriminatura  che sembra tracciata con riga e squadra, camicia bianca, gilet azzurro esangue quasi quanto il suo colorito e pantaloni dalla piega che cade perfetta sulla scarpa di cuoio fatta a mano. L’altro è rotondetto, indossa una camicia a quadri cincischiata e un maglione dal colore indefinibile che deve aver visto più lavaggi di una Panda del 96; sul naso svettano degli occhiali dalla montatura rotonda. Quando mi siedo stanno parlando tranquillamente  ma improvvisamente il colloquio si fa tempestoso e le voci si alzano.
“Tu credi che sia facile?” dice gilet esangue
“Io lavoro, studio e sono nel comitato, non ho tempo per queste cose!” sibila camicia cincischiata
“Dico solo che venire con me una domenica a fare trekking non è la fine del mondo”
“Ti dico che non posso e poi si dice “passeggiare” qualsiasi altro termine è snob”
“E’ gergo tecnico, fare trekking non è passeggiare” sostiene con forza gilet che dall’impegno che ci mette rivela un’insospettabile passione sportiva.
“Macché gergo… è linguaggio da fighetti e basta” dice annoiato l’altro cercando rifugio con gli occhi nel paesaggio fuori dal finestrino
“Ah! così io sarei un fighetto?!”  il tono è puntuto e capisco che non lascerà perdere e, anzi, intende rinfocolare la polemica.
“Ma ti sei visto?” rincalza l’amico che, adesso capisco, ha l’aspetto di un intellettuale anni ’70.
Il magrolino sta per parlare quando il controllore entra a gamba tesa chiedendo i biglietti.
“Signore” dice al reperto anni ‘70 “guardi che lei ha un biglietto di prima classe e qui siamo in seconda”
“Davvero? non me n’ero accorto!” si alza e con un rapido cenno del capo saluta l’amico e si dirige verso la vettura di prima. Il magrolino sospira e affonda il naso in un libro. La signora a fianco a me mi guarda e dice a mezza voce “Ha visto che fine ha fatto la lotta di classe?". 
"Di prima classe" penso io annuendo.